sabato 21 febbraio 2015

Recensione - La prima cosa che guardo

E’ arrivato il grande momento, vero? Ho cercato di rimandare l’inevitabile ma non credo di poter fare più di così. Oggi si parla… dello schifo.

Titolo: La prima cosa che guardo
Autore: Grégoire Delacourt
Prezzo: 13,90
Editore: Salani
Trama: Che peso ha la bellezza nella vita? Siamo capaci di accettarci per quello che siamo davvero? Si può essere amati per sé, o siamo amati per ciò che colmiamo nell’altro? Questi interrogativi profondi e brucianti giacciono nel profondo della nostra anima e non sempre abbiamo il coraggio di affrontarli prima che la realtà s’imponga con la sua risposta improrogabile. Sono le stesse domande dinanzi a cui si ritroverà improvvisamente Arthur, dopo che, una pigra sera di settembre, il destino busserà alla sua porta, cambiando per sempre la sua vita. 
Dopo la Jocelyne di Le cose che non ho, Delacourt ci seduce con un nuovo protagonista, la cui semplice e generosa umanità rimarrà a lungo nella memoria dei lettori. Un libro pieno di tenerezza e di commozione, che parla di identità, della vanità dell’apparire, della difficoltà e del coraggio necessari per costruire una relazione sincera con un altro essere umano. Un romanzo sui contorni dell’anima e la misura del cuore. E sul destino, che può sovvertire qualsiasi cosa.


Amava le sue crepe di porcellana. Le sue debolezze. Tutte quelle cose rotte che aveva dentro, come lui.


Il problema con questa recensione, che è anche il motivo per cui l’ho rimandata tanto, è che non ho la più pallida idea di come cominciare. Vi parlo prima dei personaggi? Ok, allora partiamo da lì. Partiamo dalle basi, quanti sono i personaggi? Ebbene tenetevi pronti, sono DUE. “Mel, vuoi dire che i personaggi principali sono due ma che…” No. Sono due. Proprio due. Le altre sono solo comparse e sono solo citate nei discorsi, nulla di più. Come se non bastasse saremmo tutti propensi a credere che in 216 pagine almeno questi due dannati protagonisti abbiano uno spessore… e invece no! Scherzetto, sono profondi come una pozzanghera.
Come comincia questo libro? Beh, ma come può cominciare uno schifo trash commerciale se non parlando di tette? Esatto. Avete capito bene. In questo libro non c’è nemmeno una pagina in cui non vi sia un riferimento sessuale più che esplicito… ma alla scena fatidica ci arriveremo dopo, ora parliamo dello “stile” di questo scrittore: non esiste. Lo scrittore in questo romanzo non ha scritto nulla, praticamente l’intero volume è composto da citazioni completamente casuali che non vengono quasi mai spiegate tanto perché noi poveri ignoranti possiamo idolatrare il grande livello culturale di questo essere.
Lo scrittore ha fatto davvero di tutto per rendere il libro toccante, era così palese la sua intenzione di farmi piangere che non sono riuscita a fare altro che ridere, tutto così banale, stupido, superficiale e stereotipato. Temi importanti come la pedofilia, l’abbandono, la solitudine e la morte approcciati come, nella sua ignoranza dovuta all’età, farebbe un bambino di quattro anni. Anzi, forse un bambino sarebbe più profondo.
La trama sarebbe di quelle da prendere e da commentare pezzo per pezzo ma, non essendo questo un
Ecco a voi la meravigliosa Scarlett, mi
aspetterei di vederla strapparsi i capelli
dopo aver letto questo coso.
video, farlo mi risulterà abbastanza arduo, quindi cercherò semplicemente di riportarvi le cose più “gravi” (o “orrende”, sarebbe meglio). Partiamo dall’inizio, il modo in cui i due si conoscono, lei è una stra figa da far girare la testa ed è la sosia spiccicata di Scarlett Johansson e lui è un meccanico di circa vent’anni che si riposa in casa indossando solo le mutande dei puffi. E già qui non saprei cosa dire, bah… lei si presenta, appunto, come la famosa attrice statunitense e subito lui non ha difficoltà a scambiarla per la diva di Hollywood, ma ovviamente ci vorranno solo pochi giorni perché lui si renda conto di avere davanti una francesina disperata di nome Jeanine Foucamprez, che si fa passare per Scarlett perché è “L’unico modo in cui ha vissuto la sua vita”… ma che cosa vuol dire? Bah.
A parte la trama principale, che come avete visto è costruita che peggio non si può, ad essere terribile sono le storie semi-tragiche che l’autore ha voluto affibbiare ai suoi personaggi per farci provare compassione per loro quando riesce soltanto a farmi venire un fastidioso prurito da schiaffi alle mani. Lui ha avuto una madre distante e ubriacona, almeno da quando il padre se n’è andato via lasciandoli senza alcun motivo esplicito, la madre è poi finita in un ricovero per malati mentali in quanto il dolore l’ha fatta impazzire. Lei invece ha avuto un patrigno pedofilo che, pur non avendola mai sfruttata, le faceva fare foto in posture non esattamente convenienti… la madre dopo averlo scoperto ha semplicemente cominciato a fingere che la figlia non esistesse, non la toccava e non le parlava più. Mi sto ancora domandando il senso di questa cosa, le madri che conosco io avrebbero denunciato il marito… lei no, lei caccia di casa una bambina innocente e la fa andare a vivere con la zia. Complimenti, hai vinto il premio “madre dell’anno”.

Ti ho odiata per tutti questi anni, mamma. Ho odiato il tuo silenzio. Mi faceva vomitare. Mi spingeva a tagliarmi la pelle. A farmi del male. Mi ficcavo degli aghi nelle labbra. Volevo costringermi a tacere. Come te. Ho pregato che ti lasciasse per mille zoccole della mia età. Volevo che fossi morta. Sola. Che fossi brutta e che puzzassi di rancido. Dimmi che mi vuoi bene, mamma, solo un po’. Dimmi che sono pulita.

Dopo aver steso almeno una cinquantina di veli pietosi sulla schifezza che mi fa la superficialità di come questo scrittore abbia sfruttato per commercializzare il suo volume dei temi così importanti, passiamo a parlare delle orribili frasi di filosofia spicciola che vengono propinate in ogni santissima pagina.  Lui (continuerò a chiamarlo “lui” per tutta la recensione visto che è un personaggio dallo spessore tale che non ricordo nemmeno il suo nome) non va da quasi un anno a trovare sua madre, e con l’arrivo di Jeanine nella sua vita decide di riprendere a farle visita. Perché? Che domande! Ovviamente non ne avremo mai idea. Ma sono ottime scene per inserire orribili frasi fatte sulla morte e l’abbandono.
Torniamo a Jeanine. Jeanine non ha mai avuto una vita sua perché ogni volta che va in giro qualcuno urla “Scarlett!” e lei è costretta a presentarsi col nome dell’attrice. A parte che non te l’ha mica ordinato il dottore di andare in giro a fingerti lei, avresti tranquillamente potuto farti una vita tua, ma vabbè.
Giuro, io su questo personaggio non ho nulla da dire. Cioè, assomigliare a qualcuno di famoso non ti cambia la vita, no, per lei è una tragedia, tutto il mondo la ama perché la scambia per Scarlett… ma oh! Il realisticismo? Onestamente, parlo per esperienza visto che mi capita praticamente ogni volta che esco, può succedere di assomigliare leggermente a qualcuno di famoso, o avere un particolare in comune, e sentirsi chiamare per strada con il suo nome, un po’ per scherzo, un po’ perché qualche pazzo ci credeva davvero fino all’ultimo finché non hai girato il viso… ma ci fai due risate e ti presenti, non è che questa cosa ti cambia la vita. Questa donna invece dichiara di non essere mai stata amata per questa sua somiglianza… lei e i suoi complessi dovrebbero andare da uno psicologo, per i miei gusti.
Bene, quindi dopo praticamente centotrenta pagine di sproloqui su quanto sia difficile avere l’aspetto di una super star arriva finalmente la scena che tutti aspettavamo fin dall’inizio una volta letta la sinossi del libro: la scena di sesso.
La cosa più brutta che io abbia mai letto. Autore, ti darò un piccolo consiglio da lettrice che ne ha viste di tutti i colori, se vuoi fare una scena romantica puoi bastarti sulle sensazioni ed emozioni e descrivere poco l’atto. Se  vuoi trasmettere una scena realistica, quasi cruda, puoi parlare poco delle sensazioni per concentrarti sull’impatto visivo. Ma non puoi farle entrambe. Perché viene fuori un minestrone senza senso che passa dal romanticismo alla crudezza pura e finisce per stordirmi, shoccarmi anche, perché non era ciò che mi aspettavo, e soprattutto non mi lascia nulla.
Questa ve la devo dire, so che è uno spoiler enorme ma devo assolutamente dirvelo quindi, se non avete intenzione di leggere il libro e volete farvi quattro risate, illuminate queste righe:

Jeanine non sembra averla pensata in modo troppo diverso da me, infatti una volta finito tutto il giochetto e cippiti cioppete, il suo amato cavaliere si accascia al suo fianco con un “Ti amo, Scarlett”. Ovviamente il vittimismo della ragazza sale alle stelle, sentirsi chiamare da l’unica persona che credeva l’amasse per quello che era col nome della donna che le ha “rubato” la vita… beh, fatto sta che Jeanine entra in macchina, parte, e si suicida. Non so come abbiate reagito voi ma io ho riso troppo.



In conclusione si tratta di uno dei libri più brutti che io abbia mai letto, con la finta profondità di una piscina per bambini e con lo stile di scrittura del mio criceto, lettura assolutamente sconsigliata.

Nessun commento:

Posta un commento

Lasciate un segno del vostro passaggio, ne ho bisogno per capire quali post preferite :3