sabato 21 febbraio 2015

Recensione - La prima cosa che guardo

E’ arrivato il grande momento, vero? Ho cercato di rimandare l’inevitabile ma non credo di poter fare più di così. Oggi si parla… dello schifo.

Titolo: La prima cosa che guardo
Autore: Grégoire Delacourt
Prezzo: 13,90
Editore: Salani
Trama: Che peso ha la bellezza nella vita? Siamo capaci di accettarci per quello che siamo davvero? Si può essere amati per sé, o siamo amati per ciò che colmiamo nell’altro? Questi interrogativi profondi e brucianti giacciono nel profondo della nostra anima e non sempre abbiamo il coraggio di affrontarli prima che la realtà s’imponga con la sua risposta improrogabile. Sono le stesse domande dinanzi a cui si ritroverà improvvisamente Arthur, dopo che, una pigra sera di settembre, il destino busserà alla sua porta, cambiando per sempre la sua vita. 
Dopo la Jocelyne di Le cose che non ho, Delacourt ci seduce con un nuovo protagonista, la cui semplice e generosa umanità rimarrà a lungo nella memoria dei lettori. Un libro pieno di tenerezza e di commozione, che parla di identità, della vanità dell’apparire, della difficoltà e del coraggio necessari per costruire una relazione sincera con un altro essere umano. Un romanzo sui contorni dell’anima e la misura del cuore. E sul destino, che può sovvertire qualsiasi cosa.


Amava le sue crepe di porcellana. Le sue debolezze. Tutte quelle cose rotte che aveva dentro, come lui.


Il problema con questa recensione, che è anche il motivo per cui l’ho rimandata tanto, è che non ho la più pallida idea di come cominciare. Vi parlo prima dei personaggi? Ok, allora partiamo da lì. Partiamo dalle basi, quanti sono i personaggi? Ebbene tenetevi pronti, sono DUE. “Mel, vuoi dire che i personaggi principali sono due ma che…” No. Sono due. Proprio due. Le altre sono solo comparse e sono solo citate nei discorsi, nulla di più. Come se non bastasse saremmo tutti propensi a credere che in 216 pagine almeno questi due dannati protagonisti abbiano uno spessore… e invece no! Scherzetto, sono profondi come una pozzanghera.
Come comincia questo libro? Beh, ma come può cominciare uno schifo trash commerciale se non parlando di tette? Esatto. Avete capito bene. In questo libro non c’è nemmeno una pagina in cui non vi sia un riferimento sessuale più che esplicito… ma alla scena fatidica ci arriveremo dopo, ora parliamo dello “stile” di questo scrittore: non esiste. Lo scrittore in questo romanzo non ha scritto nulla, praticamente l’intero volume è composto da citazioni completamente casuali che non vengono quasi mai spiegate tanto perché noi poveri ignoranti possiamo idolatrare il grande livello culturale di questo essere.
Lo scrittore ha fatto davvero di tutto per rendere il libro toccante, era così palese la sua intenzione di farmi piangere che non sono riuscita a fare altro che ridere, tutto così banale, stupido, superficiale e stereotipato. Temi importanti come la pedofilia, l’abbandono, la solitudine e la morte approcciati come, nella sua ignoranza dovuta all’età, farebbe un bambino di quattro anni. Anzi, forse un bambino sarebbe più profondo.
La trama sarebbe di quelle da prendere e da commentare pezzo per pezzo ma, non essendo questo un
Ecco a voi la meravigliosa Scarlett, mi
aspetterei di vederla strapparsi i capelli
dopo aver letto questo coso.
video, farlo mi risulterà abbastanza arduo, quindi cercherò semplicemente di riportarvi le cose più “gravi” (o “orrende”, sarebbe meglio). Partiamo dall’inizio, il modo in cui i due si conoscono, lei è una stra figa da far girare la testa ed è la sosia spiccicata di Scarlett Johansson e lui è un meccanico di circa vent’anni che si riposa in casa indossando solo le mutande dei puffi. E già qui non saprei cosa dire, bah… lei si presenta, appunto, come la famosa attrice statunitense e subito lui non ha difficoltà a scambiarla per la diva di Hollywood, ma ovviamente ci vorranno solo pochi giorni perché lui si renda conto di avere davanti una francesina disperata di nome Jeanine Foucamprez, che si fa passare per Scarlett perché è “L’unico modo in cui ha vissuto la sua vita”… ma che cosa vuol dire? Bah.
A parte la trama principale, che come avete visto è costruita che peggio non si può, ad essere terribile sono le storie semi-tragiche che l’autore ha voluto affibbiare ai suoi personaggi per farci provare compassione per loro quando riesce soltanto a farmi venire un fastidioso prurito da schiaffi alle mani. Lui ha avuto una madre distante e ubriacona, almeno da quando il padre se n’è andato via lasciandoli senza alcun motivo esplicito, la madre è poi finita in un ricovero per malati mentali in quanto il dolore l’ha fatta impazzire. Lei invece ha avuto un patrigno pedofilo che, pur non avendola mai sfruttata, le faceva fare foto in posture non esattamente convenienti… la madre dopo averlo scoperto ha semplicemente cominciato a fingere che la figlia non esistesse, non la toccava e non le parlava più. Mi sto ancora domandando il senso di questa cosa, le madri che conosco io avrebbero denunciato il marito… lei no, lei caccia di casa una bambina innocente e la fa andare a vivere con la zia. Complimenti, hai vinto il premio “madre dell’anno”.

Ti ho odiata per tutti questi anni, mamma. Ho odiato il tuo silenzio. Mi faceva vomitare. Mi spingeva a tagliarmi la pelle. A farmi del male. Mi ficcavo degli aghi nelle labbra. Volevo costringermi a tacere. Come te. Ho pregato che ti lasciasse per mille zoccole della mia età. Volevo che fossi morta. Sola. Che fossi brutta e che puzzassi di rancido. Dimmi che mi vuoi bene, mamma, solo un po’. Dimmi che sono pulita.

Dopo aver steso almeno una cinquantina di veli pietosi sulla schifezza che mi fa la superficialità di come questo scrittore abbia sfruttato per commercializzare il suo volume dei temi così importanti, passiamo a parlare delle orribili frasi di filosofia spicciola che vengono propinate in ogni santissima pagina.  Lui (continuerò a chiamarlo “lui” per tutta la recensione visto che è un personaggio dallo spessore tale che non ricordo nemmeno il suo nome) non va da quasi un anno a trovare sua madre, e con l’arrivo di Jeanine nella sua vita decide di riprendere a farle visita. Perché? Che domande! Ovviamente non ne avremo mai idea. Ma sono ottime scene per inserire orribili frasi fatte sulla morte e l’abbandono.
Torniamo a Jeanine. Jeanine non ha mai avuto una vita sua perché ogni volta che va in giro qualcuno urla “Scarlett!” e lei è costretta a presentarsi col nome dell’attrice. A parte che non te l’ha mica ordinato il dottore di andare in giro a fingerti lei, avresti tranquillamente potuto farti una vita tua, ma vabbè.
Giuro, io su questo personaggio non ho nulla da dire. Cioè, assomigliare a qualcuno di famoso non ti cambia la vita, no, per lei è una tragedia, tutto il mondo la ama perché la scambia per Scarlett… ma oh! Il realisticismo? Onestamente, parlo per esperienza visto che mi capita praticamente ogni volta che esco, può succedere di assomigliare leggermente a qualcuno di famoso, o avere un particolare in comune, e sentirsi chiamare per strada con il suo nome, un po’ per scherzo, un po’ perché qualche pazzo ci credeva davvero fino all’ultimo finché non hai girato il viso… ma ci fai due risate e ti presenti, non è che questa cosa ti cambia la vita. Questa donna invece dichiara di non essere mai stata amata per questa sua somiglianza… lei e i suoi complessi dovrebbero andare da uno psicologo, per i miei gusti.
Bene, quindi dopo praticamente centotrenta pagine di sproloqui su quanto sia difficile avere l’aspetto di una super star arriva finalmente la scena che tutti aspettavamo fin dall’inizio una volta letta la sinossi del libro: la scena di sesso.
La cosa più brutta che io abbia mai letto. Autore, ti darò un piccolo consiglio da lettrice che ne ha viste di tutti i colori, se vuoi fare una scena romantica puoi bastarti sulle sensazioni ed emozioni e descrivere poco l’atto. Se  vuoi trasmettere una scena realistica, quasi cruda, puoi parlare poco delle sensazioni per concentrarti sull’impatto visivo. Ma non puoi farle entrambe. Perché viene fuori un minestrone senza senso che passa dal romanticismo alla crudezza pura e finisce per stordirmi, shoccarmi anche, perché non era ciò che mi aspettavo, e soprattutto non mi lascia nulla.
Questa ve la devo dire, so che è uno spoiler enorme ma devo assolutamente dirvelo quindi, se non avete intenzione di leggere il libro e volete farvi quattro risate, illuminate queste righe:

Jeanine non sembra averla pensata in modo troppo diverso da me, infatti una volta finito tutto il giochetto e cippiti cioppete, il suo amato cavaliere si accascia al suo fianco con un “Ti amo, Scarlett”. Ovviamente il vittimismo della ragazza sale alle stelle, sentirsi chiamare da l’unica persona che credeva l’amasse per quello che era col nome della donna che le ha “rubato” la vita… beh, fatto sta che Jeanine entra in macchina, parte, e si suicida. Non so come abbiate reagito voi ma io ho riso troppo.



In conclusione si tratta di uno dei libri più brutti che io abbia mai letto, con la finta profondità di una piscina per bambini e con lo stile di scrittura del mio criceto, lettura assolutamente sconsigliata.

giovedì 19 febbraio 2015

Recensione - L'arte ingannevole del gufo

Non avevo idea di che libro parlarvi oggi, un capolavoro? Un disastro su tutta la linea? Finché la mia attenzione non si è posata su questo piccolo volumetto letto ormai due mesi fa di cui non ho mai avuto modo di parlarvi. Certo, avrei potuto scegliere quello che è praticamente diventato uno dei miei libri preferiti, ma appunto perché mi è piaciuto così tanto non credo sarei in grado di trasmettervene tutta l’importanza… perciò, per ora, ripiego su una recensione più semplice.

Titolo: L'arte ingannevole del gufo
Autore: Ella West
Prezzo: 12,00
Editore: Giunti
Trama: Tutte le sere, dopo il tramonto, Viola si addentra nel bosco dietro casa. La grave malattia di cui soffre le impedisce di esporsi anche al minimo raggio di sole. Così, quando i suoi compagni sono impegnati con la scuola, lei dorme o sta in casa a suonare, e quando loro vanno a dormire, lei passeggia libera tra gli alberi del suo bosco, in compagnia del buio e di tutti gli animali che lo popolano.Una sera, però, sul sentiero sterrato da cui non passa anima viva, scorge un’auto: un ragazzo tira fuori un corpo pesante dal bagagliaio e lo trascina sul sedile di guida, prima di dare fuoco alla macchina. Poi seppellisce qualcosa nel terreno vicino. Sei alberi dal ciglio della strada: per Viola è facilissimo ritrovare il punto in cui quel tizio ha scavato la buca… e dare inizio alla sua personale, pericolosa indagine.Che cosa ci fanno tanti soldi sepolti nel bosco? E quel ragazzo è forse un assassino? Tornerà a cercarla?




Serve soltanto il coraggio
quando non si ha niente da perdere



Questo libro non è mai stato nella mia wishlist, l’ho acquistato grazie ad un buono sconto in una libreria perché aveva attirato la mia attenzione… si tratta di un genere che non conta troppe opere, tanto da non avere quasi un nome, quella specie di YA introspettivo con un tocco di thriller ma in cui la vicenda ruota comunque intorno alla psicologia e al cambiamento, non intorno al vero e proprio “delitto”. Ci sono molti libri di questo tipo, che cercano di scavare nella mente degli adolescenti sotto la pressione di un’atmosfera cupa, mi piace chiamarli “YA oscuri”. Si, perché nella mia testa tutti i generi hanno dei sottogeneri (che spesso hanno a loro volta dei sottogeneri…), esistono gli YA normalissimi (per intenderci, quelli alla John Green) e poi ci sono questi, che non hanno nome. E non lo dico perché nella mia ignoranza non so come si chiamino… ho cercato il genere e tutti lo definiscono “Tra thriller e YA” senza dargli alcun nome. Poverini.
Come dicevo, comunque, la sinossi del libro mi ha attirata irrimediabilmente, cosa che non avrebbe invece fatto quella copertina… un pugno in un occhio, se devo dire la mia.
La storia parla di una giovane ragazzina affetta da una malattia genetica che non le permette di uscire alla luce del giorno, inutile quindi dire che tutto il libro è ambientato in piena notte.

Il mio gufo è appollaiato sul ramo di un albero, in alto. Non è veramente il mio gufo, ma lo vedo quasi tutte le sere e quindi è come se fosse mio, il mio guardiano notturno. Mi guarda mentre corro tra le file di alberi con una vanga e un sacco, con dentro un milione di dollari in banconote da cento.
Il gufo sa tutto.

 Questo particolare dona davvero qualcosa in più al romanzo, non tanto perché sia parte integrante della trama, in quanto per lo sviluppo degli eventi la malattia della ragazza centra poco o nulla, ma più che altro perché le descrizioni del bosco scuro, degli occhiali per la visione notturna e del bubolare dei gufi… non mi aspettavo che mi catturassero così tanto! C’è poca dell’introspettività che l’autrice avrebbe voluto mettere in questo libro, e purtroppo è una mancanza che si nota, l’impegno che l’autrice ha messo nei pensieri della ragazza, nello spiegarci la formula genetica del quadrato di Punnett, nel parlarci dei suoi scambi epistolari… sono tutte cose ottime per aiutarmi a figurarmi al meglio un personaggio ma in questo caso non vanno a parare da nessuna parte. Non mi serve sapere delle sue mail. Anzi non mi serve sapere nulla! Il modo in cui si risolve il tutto è… troppo semplice, troppo “liscio come l’olio”. Alla fine la protagonista è un tratto d’ inchiostro su un foglio bianco, in quanto la situazione si risolve in modo così veloce e lineare che l’intera costruzione del personaggio principale risulta inutile.
Nonostante questo bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare, la protagonista è un ottimo personaggio e, nonostante la trama sia forse stata gestita non nel migliore dei modi, arrivare ad avere questo livello d’introspettività con lei anche se poi non porta a nulla non è fastidioso. Ella West scrive in maniera estremamente scorrevole, il volume si divora in un pomeriggio, vi consiglio di ascoltare qualche meravigliosa opera di musica classica mentre lo leggete, in quanto ci sono riferimenti a opere per violino dall’inizio alla fine!
Ecco la cover originale.
A costo di essere ripetitiva
anche questa era cento volte
più azzeccata.
Come avrete capito sia dalla musica citata che dall’ambientazione, molte cose in questo romanzo, nonostante aggiungano profondità, poi finiscono per non avere né capo né coda, il romanzo intero funziona perché ha l’atmosfera come colonna portante, in questo la West è una maestra e non potrei mai permettermi di dire il contrario. Le sue parole e le sue frasi strategiche vi impediranno
di staccarvi dal libro anche se stanno solo chiacchierando di un concerto d’orchestra.
Il legame che la bambina ha con gli animali e che ci si aspetta così profondo e viscerale dalla sinossi, dalla frase d’effetto sul retro e soprattutto dal titolo, mi duole dire che è quasi inesistente, sarebbe stato molto meglio aggiungere alla sinossi la musica, viso che si parla di violini una riga si e l’altra pure. Il gufo in questione invece comparirà tre o quattro volte massimo, per questo trovo che il titolo originale “Night Vision” fosse molto più azzeccato… anche perché in questo modo anch’esso avrebbe contribuito ad alzare il livello di atmosfera!
So che potrebbe sembrare che io abbia quasi demolito questo libro, ma non era affatto questo che volevo trasmettere, il libro mi è piaciuto nonostante tutti i suoi difettucci e vorrei tanto leggere qualcos’altro di Ella West, per vedere se davvero tutto ciò che sa creare sono atmosfere o se a volte porta anche a termine una trama in un modo un po’ più complesso.



In conclusione si tratta una lettura leggere, tranquilla e molto scorrevole, ottima per passare un pomeriggio in tranquillità con uno pseudo ladro-assassino da rincorrere! Ma ricordate, fatelo aiutandovi con delle note di musica classica!

lunedì 16 febbraio 2015

Recensione - La meccanica del cuore

Come ormai avrete capito, capita sempre più raramente che mi approcci ad un romanzo pensando alla recensione che ne dovrò a scrivere, anzi, a causa del pochissimo tempo che mi è disponibile per respirare è quasi un miracolo che io sia qui ora a scrivere una recensione. L’ironia di tutto ciò è che proprio ora, mentre digito, ancora non so di quale romanzo andrò a parlare. Purtroppo è tutto così dannatamente accatastato che il mio blog si vede costretto a funzionare così, leggo un dato numero di libri e, quando mi rendo conto che è davvero troppo che non pubblico un post, ne scelgo uno di cui parlarvi in base al mio umore. Ora potreste darmi della blogger incompetente e/o disordinata, e indovinate un po’? Avreste assolutamente ragione!
Non sapevo davvero se parlarvi di un libro bello o brutto… perché si, ultimamente sono anche stata soggetto di adorabili letture talmente scritte coi piedi che il libro stesso puzzava di pop corn. Ma riversare il mio odio su questo bianco desktop per uno scrittore dalla sessualità confusa ed un nome francofono ed impronunciabile avrebbe significato rovinare una giornata che è stata davvero ottima, una volta tanto. Quindi perché non distendere i nervi con tranquillità e parlare di un piccolo capolavoro?
Mi riferisco a quella meraviglia di “La meccanica del cuore”, uno di quei libricini stile Gaiman/Burton (che, nel caso non foste abituali lettori del blog, è uno dei miei generi preferiti) che si rivolge ai bambini per poi acquistare sotto gli occhi di qualcuno più maturo una luce completamente diversa.

Titolo: La meccanica del cuore
Autore: Mathias Malzieu
Prezzo: 8,00
Editore: Feltrinelli
Trama: Nella notte più fredda del mondo possono verificarsi strani fenomeni. È il 1874 e in una vecchia casa in cima alla collina più alta di Edimburgo il piccolo Jack nasce con il cuore completamente ghiacciato. La bizzarra levatrice Madeleine, dai più considerata una strega, salverà il neonato applicando al suo cuore difettoso un orologio a cucù. La protesi è tanto ingegnosa quanto fragile e i sentimenti estremi potrebbero risultare fatali. L’amore, innanzitutto. Ma non si può vivere al riparo dalle emozioni e, il giorno del decimo compleanno di Jack, la voce ammaliante di una piccola cantante andalusa fa vibrare il suo cuore come non mai. L’impavido eroe, ormai innamorato, è disposto a tutto per lei. Non lo spaventa la fuga né la violenza, nemmeno un viaggio attraverso mezza Europa fino a Granada alla ricerca dell’incantevole creatura, in compagnia dell’estroso illusionista Georges Méliès. E finalmente, due figure delicate, fuori degli schemi, si incontrano di nuovo e si amano. L’amore è dolce scoperta, ma anche tormento e dolore, e Jack lo sperimenterà ben presto.


"Uno, non toccare mai le lancette. Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti, mai e poi mai..."


Le ambientazioni cupe e le metafore spesso macabre non sono certo shoccanti o qualcosa del genere, anzi, spesso sono spunto di riflessione trampolino per un lancio filosofico dell’autore.
Ho particolarmente amato lo stile, anche se si tratta inequivocabilmente di un libro a cui “devi fare l’abitudine”, spesso ha uno stile piuttosto esplicito e crudo per un libro che viene esposto come per bambini. Ma effettivamente un bambino non coglierebbe le mille sfaccettature e le mille metafore, di conseguenza ai suoi occhi probabilmente non risulterebbe altrettanto crudo.
I personaggi sono qualcosa di spettacolare, ognuno di loro, per quanto in modo astratto, è largamente descritto e capace di sfruttare al meglio il suo ruolo nella storia.
Non so se riesco a rendere al meglio l’idea con quelle che sono le parole di una pazza ma spero di avervi lasciato capire quanto tutto in questo romanzo sia intangibile, nonostante sia descritta ogni cosa ha un tale spessore metaforico da risultare nella nostra mente avvolta in uno spesso strato di nebbia, quasi come se sparisse per tramutarsi in qualcos’altro non appena la si tocca.

"Non ti preoccupare, ragazzo, imparerai presto a spaventare per esistere."

E’ un’atmosfera piuttosto complessa da rendere ma senza la quale il romanzo non avrebbe alcuno spessore, è grazie ad essa se tutto il parallelismo tra l’orologio-cuore ed il tempo come realtà astratta riesce a mantenersi in piedi e quindi a mantenere in piedi anche il resto della trama.
Si tratta di un volume che nelle sue poche pagine racchiude l’immensità di quelli che sono i discorsi sull’amore, sulla mancanza, sull’idea filosofica del tempo vista con gli occhi di un bambino che cresce, e soprattutto sulla sofferenza, perché se c’è una cosa che il nostro protagonista fa è soffrire. Ovvio che non posso assolutamente svelarvi perché o per chi… ma la sua sofferenza per quanto esasperata ed allargata risulta solo come una pretesto letterario per raccontare il cambiamento… il viaggio che una persona intraprende per puro desiderio di scoperta, per cambiare la sua vita.

Se vi svelassi ogni singolo tema trattato dall’autore rischierei di svelarvi l’intera trama, perciò mi fermo qui e vi dico solo: non snobbatelo perché considerato per bambini. C’è molto più di questo.
Se devo trovare un difetto a questo libro penso che ripiegherei sul finale, nel suo piccolo mi è sembrata una vera atrocità chiudere in modo così insensato un’opera che fingeva di non avere senso ma che ne strabordava. Insomma concludere una vicenda così eterea e, se vogliamo, filosofica, in maniera tanto insensata mi è sembrato di pessimo gusto.
Non ché mi è stato di sostegno nel potervi dire senza problemi che odio con tutta me stessa il personaggio femminile, Miss Acacia, perennemente mestruata e senza alcuna capacità di raziocinio o rispetto verso se stessa. Sembra quasi che si conceda semplicemente al primo che passa, in lei non c’è alcuna profondità riflessiva e soprattutto non c’è alcuna fede, non crede nell’immaginazione e non si fida dell’intuito, completo opposto sia del nostro protagonista che della sottoscritta, ecco cosa probabilmente mi porta ad odiarla tanto.
Ma credo che, nella sua odiosità, lei abbia un senso, lei rappresenta l’amore sotto tutti i punti di vista, l’amore platonico irraggiungibile e idealizzato che può nascere solo nel cuore di un bambino di dieci anni, l’amore carnale, che non è altro che una presa di coscienza del desiderio e dell’attrazione che crescono con l’età… e l’amore reale, una botta in faccia, senza speranza e senza pace, tormentato ed infinito, incapace di accettare la diversità come ostacolo ed ostinato nell’aggirarla, ovviamente senza successo.



In conclusione posso liberamente dire che si tratta di uno dei miei libri preferiti quando ci si confà a questo genere, o almeno uno dei più profondi e con la più vasta quantità di temi trattati. Consiglio a tutti la sua lettura, merita di essere apprezzato da più gente possibile.

martedì 3 febbraio 2015

Tag: Pizza Time Book Tag

Buongiorno-sera-momentodellavostravita a tutti miei cari lettori, lo so che sono indietro con le recensioni... ma ogni volta che penso di scriverne una mi viene l'orticaria, ultimamente sono talmente impegnata e piena che pensare di concentrarmi fuori da scuola sarebbe un suicidio... ho pensato quindi di proporvi un tag leggero e simpatico che ho trovato sul blog Hook a Book.

1. Schiacciatina - Un libro fin troppo semplice
2. Margherita - Un libro che va letto almeno una volta nella vita
3. Marinara - Un libro che non si è rivelato essere come pensavi
4. Capricciosa - Un libro che ti ha dato dei problemi
5. Montanara - Un libro che può essere definito completo
6. Pizza alla nutella - Un libro che trasuda dolcezza


1. The Returned - Jason Mott
So che ve ne devo aver parlato almeno un milione di volte, ma in vita mia ho avuto la fortuna di non leggere poi così tanti libri brutti o deludenti... quindi quando si tratta di tirarne fuori alcuni più o meno sono sempre gli stessi. Questo libro ha il dono di una trama davvero originale e il pessimo difetto di essere assolutamente inconcludente. Durante tutto il corso del romanzo non succede assolutamente nulla, non si risolve nessun punto interrogativo del lettore e, a parte approfondire un po' il carattere dei personaggi, la trama non va avanti di un millimetro. Una lettura inutile, piatta, che non lascia nulla... col solo pregio di essere scorrevole.

2. 1984 - George Orwell
Questa volta non vi propongo un titolo di cui parlo spesso, per mille e disparate cause molte volte lo dimentico... si tratta di uno dei miei libri preferiti in assoluto, un capolavoro della letteratura distopica e un vero e proprio capostipite del genere. E' una lettura abbastanza impegnativa per qualcuno che non è un grande appassionato del genere o che non è molto predisposto ad una lettura dai temi forti e con una grande componente riflessiva. Ma quando invece si sa a cosa si sta andando incontro questo volume diventa un faro per ogni lettore, un porto sicuro in cui rifugiarsi ogni volta che si ha voglia di vera letteratura. Colgo l'occasione per presentarvelo visto che sul blog, purtroppo,
quasi mai si parla di classici...


3. CSI Alaska, Primavera di Ghiaccio - Dana Stabenow
Non credo ci sia molto da dire su questo volume, non mi è piaciuto proprio per niente, nonostante amasse spacciarsi per un giallo coinvolgente ed intricato si è rivelato una lettura piatta composta da sequenze quasi incomprensibili, situazioni completamente inutili e personaggi stereotipati. Per non parlare della mania della scrittrice di descrivere le cose più infime e poco rilevanti per finire col non dirmi nemmeno il colore di capelli della protagonista! L'unico punto a suo favore è che si tratta di una collana di libri, quindi posso passare questa mancanza verso i protagonisti principali perché magari erano stati meglio descritti nei volumi precedenti...

4. La masseria delle allodole - Antonia Arslan

Niente, non posso farci nulla, saranno pue degli importantissimi documenti pieni di cultura ma io i libri storico/drammatici non riesco proprio a mandarli giù! Tutti i libri che parlano dei campi di concentramento, dell'olocausto, dei gulag, anche semplicemente della guerra o di un genocidio (come in questo caso) non riescono proprio a prendermi. E' un genere che non mi trasmette nulla e mi annoia riga dopo riga. Non ho apprezzato nemmeno una pietra miliare come "Il diario di Anna Frank", quindi direi che sono proprio un caso disperato.
So che molti lo hanno considerato lento, o pesante... io l'ho divorato in quattro giorni senza bisogno di farmi alcuno schema per ricordare i nomi, come invece ho visto che molta gente fa. Mi è piaciuto da impazzire ed è entrato subito tra i miei libri preferiti. Questo è davvero un libro completo. Sia perché è presente la visione delle situazioni sia dal punto di vista adulto che da quello giovanile, sia per quanto riguarda le tematiche trattate... l'adolescenza, l'abbandono, la trasgressione, la falsità, l'insicurezza, il bullismo, l'"american dream" di una famiglia perfetta... insomma, trattato con il massimo rispetto e con un'enorme talento, in questo libro c'è davvero qualunque tema un lettore stia cercando, ed è davvero un capolavoro.

6. Implosion - M.J. Heron
Mi sono tenuta lontana da qualunque libro sembrasse "troppo dolce" negli ultimi sedici anni... quindi davvero non mi viene nessun titolo che mi sia sembrato troppo dolce... ogni libro anche d'amore che io abbia mai letto comunque trattava altre tematiche e non era incentrato sulla storia d'amore... a parte quella schifezza diabetica di Implosion. Voleva essere un'urban fantasy ma è riuscito solo ad essere un continuo ripetersi di cliché e ha lasciato indietro la trama di base per concentrarsi si una storia d'amore che non aveva senso di esistere. Bah. Credo sia uno dei libri più brutti io abbia mai letto.


Conoscevate qualcuno di questi titoli? Cosa ne pensate? Quali sarebbero state le vostre risposte?